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VIII: Adriano Meis

Subito, non tanto per ingannare gli altri, che avevan o voluto ingannarsi da sé, con una leggerezza non deplorabile forse nel caso mio, ma certamente non degna d'encomio, quanto per obbedire alla Fortuna e soddisfare a un mio proprio bisogno, mi posi a far di me un altr'uomo. Poco o nulla avevo da lodarmi di quel disgraziato che per forza avevano voluto far finire miseramente nella gora d'un molino. Dopo tante sciocchezze commesse, egli non meritava forse sorte migliore. Ora mi sarebbe piaciuto che, non solo esteriormente, ma anche nell'intimo, non rimanesse più in me alcuna traccia di lui. Ero solo ormai, e più solo di com'ero non avrei potuto essere su la terra, sciolto nel presente d'ogni legame e d'ogni obbligo, libero, nuovo e assolutamente padrone di me, senza più il fardello del mio passato, e con I'avvenire dinanzi, che avrei potuto foggiarmi a piacer mio. Ah, un pajo d'ali! Come mi sentivo leggero! Il sentimento che le passate vicende mi avevano dato della vita non doveva aver più per me, ormai, ragion d'essere. Io dovevo acquistare un nuovo sentimento della vita, senza avvalermi neppur minimamente della sciagurata esperienza del fu Mattia Pascal. Stava a me: potevo e dovevo esser l'artefice del mio nuovo destino, nella misura che la Fortuna aveva voluto concedermi. « E innanzi tutto, » dicevo a me stesso, « avrò cura di questa mia libertà: me la condurrò a spasso per vie piane e sempre nuove, né le farò mai portare alcuna veste gravosa. Chiuderò gli occhi e passerò oltre appena lo spettacolo della vita in qualche punto mi si presenterà sgradevole. Procurerò di farmela più tosto con le cose che si sogliono chiamare inanimate, e andrò in cerca di belle vedute, di ameni luoghi tranquilli. Mi darò a poco a poco una nuova educazione; mi trasformerò con amoroso e paziente studio, sicché, alla fine, io possa dire non solo di aver vissuto due vite, ma d'essere stato due uomini. » Già ad Alenga, per cominciare, ero entrato, poche ore prima di partire, da un barbiere, per farmi accorciar la barba: avrei voluto levarmela tutta, li stesso, insieme coi baffi; ma il timore di far nascere qualche sospetto in quel paesello mi aveva trattenuto. Il barbiere era anche sartore, vecchio, con le reni quasi ingommate dalla lunga abitudine di star curvo, sempre in una stessa positura, e portava gli occhiali su la punta del naso. Più che barbiere doveva esser sartore. Calò come un flagello di Dio su quella barbaccia che non m'apparteneva più, armato di certi forbicioni da maestro di lana, che avevan bisogno d'esser sorretti in punta con l'altra mano. Non m'arrischiai neppure a fiatare: chiusi gli occhi, e non li riaprii, se non quando mi sentii scuotere pian piano. Il brav'uomo, tutto sudato, mi porgeva uno specchietto perché gli sapessi dire se era stato bravo. Mi parve troppo! - No, grazie, - mi schermii. - Lo riponga. Non vorrei fargli paura. Sbarrò tanto d'occhi, e: - A chi? - domandò. - Ma a codesto specchietto. Bellino! Dev'essere antico... Era tondo, col manico d'osso intarsiato: chi sa che storia aveva e donde e come era capitato lì, in quella sarto-barbieria. Ma infine, per non dar dispiacere al padrone, che seguitava a guardarmi stupito, me lo posi sotto gli occhi. Se era stato bravo! Intravidi da quel primo scempio qual mostro fra breve sarebbe scappato fuori dalla necessaria e radicale; alterazione dei connotati di Mattia Pascal! Ed ecco una nuova ragione d'odio per lui! Il mento piccolissimo, puntato e rientrato, ch'egli aveva nascosto per tanti e tanti anni sotto quel barbone, mi parve un tradimento. Ora avrei dovuto portarlo scoperto, quel cosino ridicolo! E che naso mi aveva lasciato in eredità! E quell'occhio! « Ah, quest'occhio, » pensai, « così in estasi da un lato, rimarrà sempre suo nella mia nuova faccia! Io non potrò far altro che nasconderlo alla meglio dietro un pajo d'occhiali colorati, che coopereranno, figuriamoci, a rendermi più amabile l'aspetto. Mi farò crescere i capelli e, con questa bella fronte spaziosa, con gli occhiali e tutto raso, sembrerò un filosofo tedesco. Finanziera e cappellaccio a larghe tese. » Non c'era via di mezzo: filosofo dovevo essere per forza con quella razza d'aspetto. Ebbene, pazienza: mi sarei armato d'una discreta filosofia sorridente per passare in mezzo a questa povera umanità, la quale, per quanto avessi in animo di sforzarmi, mi pareva difficile che non dovesse più parermi un po' ridicola e meschina. Il nome mi fu quasi offerto in treno, partito da poche ore da Alenga per Torino. Viaggiavo con due signori che discutevano animatamente d'iconografia cristiana, in cui si dimostravano entrambi molto eruditi, per un ignorante come me. Uno, il più giovane, dalla faccia pallida, oppressa da una folta e ruvida barba nera, pareva provasse una grande e particolar soddisfazione nell'enunciar la notizia ch'egli diceva antichissima, sostenuta da Giustino Martire, da Tertulliano e da non so chi altri, secondo la quale Cristo sarebbe stato bruttissimo. Parlava con un vocione cavernoso, che contrastava stranamente con la sua aria da ispirato. - Ma si, ma si, bruttissimo! bruttissimo! Ma anche Cirillo d'Alessandria! Sicuro, Cirillo d'Alessandria arriva finanche ad affermare che Cristo fu il più brutto degli uomini. L'altro, ch'era un vecchietto magro magro, tranquillo nel suo ascetico squallore, ma pur con una piega a gli angoli della bocca che tradiva la sottile ironia, seduto quasi su la schiena, col collo lungo proteso come sotto un giogo, sosteneva invece che non c'era da fidarsi delle più antiche testimonianze. - Perché la Chiesa, nei primi secoli, tutta volta a consustanziarsi la dottrina e lo spirito del suo ispiratore, si dava poco pensiero, ecco, poco pensiero delle sembianze corporee di lui. A un certo punto vennero a parlare della Veronica e di due statue della città di Paneade, credute immagini di Cristo e della emorroissa. - Ma sì! - scattò il giovane barbuto. - Ma se non c'è più dubbio ormai! Quelle due statue rappresentano l'imperatore Adriano con la città inginocchiata ai piedi. Il vecchietto seguitava a sostener pacificamente la sua opinione, che doveva esser contraria, perché quell'altro, incrollabile, guardando me, s'ostinava a ripetere : - Adriano! - ...Beronike, in greco. Da Beronike poi: Veronica... - Adriano! (a me). - Oppure, Veronica, vera icon: storpiatura probabilissima... - Adriano! (a me). - Perché la Beronike degli Atti di Pilato... - Adriano! Ripeté così Adriano! non so più quante volte, sempre con gli occhi rivolti a me. Quando scesero entrambi a una stazione e mi lasciarono solo nello scompartimento, m'affacciai al finestrino, per seguirli con gli occhi: discutevano ancora, allontanandosi. A un certo punto però il vecchietto perdette la pazienza e prese la corsa. - Chi lo dice? - gli domandò forte il giovane, fermo, con aria di sfida. Quegli allora si voltò per gridargli: - Camillo De Meis! Mi parve che anche lui gridasse a me quel nome, a me che stavo intanto a ripetere meccanicamente: - Adriano... -. Buttai subito via quel de e ritenni il Meis. « Adriano Meis! Si... Adriano Meis: suona bene... » Mi parve anche che questo nome quadrasse bene alla faccia sbarbata e con gli occhiali, ai capelli lunghi, al cappellaccio alla finanziera che avrei dovuto portare. « Adriano Meis. Benone! M'hanno battezzato. » Recisa di netto ogni memoria in me della vita precedente, fermato l'animo alla deliberazione di ricominciare da quel punto una nuova vita, io era invaso e sollevato come da una fresca letizia infantile; mi sentivo come rifatta vergine e trasparente la coscienza, e lo spirito vigile e pronto a trar profitto di tutto per la costruzione del mio nuovo io. Intanto l'anima mi tumultuava nella gioja di quella nuova libertà. Non avevo mai veduto così uomini e cose; l'aria tra essi e me s'era d'un tratto quasi snebbiata; e mi si presentavan facili e lievi le nuove relazioni che dovevano stabilirsi tra noi, poiché ben poco ormai io avrei avuto bisogno di chieder loro per il mio intimo compiacimento. Oh levità deliziosa dell'anima; serena, ineffabile ebbrezza! La Fortuna mi aveva sciolto di ogni intrico, all'improvviso, mi aveva sceverato dalla vita comune, reso spettatore estraneo della briga in cui gli altri si dibattevano ancora, e mi ammoniva dentro: « Vedrai, vedrai com'essa t'apparirà curiosa, ora, a guardarla cosi da fuori! Ecco là uno che si guasta il fegato e fa arrabbiare un povero vecchietto per sostener che Cristo fu il più brutto degli uomini... » Sorridevo. Mi veniva di sorridere così di tutto e a ogni cosa: a gli alberi della campagna, per esempio, che mi correvano incontro con stranissimi atteggiamenti nella loro fuga illusoria; a le ville sparse qua e là, dove mi piaceva d'immaginar coloni con le gote gonfie per sbuffare contro la nebbia nemica degli olivi o con le braccia levate a pugni chiusi contro il cielo che non voleva mandar acqua: e sorridevo agli uccelletti che si sbandavano, spaventati da quel coso nero che correva per la campagna, fragoroso; all'ondeggiar dei fili telegrafici, per cui passavano certe notizie ai giornali, come quella da Miragno del mio suicidio nel molino della Stìa; alle povere mogli dei cantonieri che presentavan la bandieruola arrotolata, gravide e col cappello del marito in capo. Se non che, a un certo punto, mi cadde lo sguardo su l'anellino di fede che mi stringeva ancora l'anulare della mano sinistra. Ne ricevetti una scossa violentissima: strizzai gli occhi e mi strinsi la mano con l'altra mano, tentando di strapparmi quel cerchietto d'oro, così, di nascosto, per non vederlo più. Pensai ch'esso si apriva e che, internamente, vi erano incisi due nomi: Mattia-Romilda, e la data del matrimonio. Che dovevo farne? Aprii gli occhi e rimasi un pezzo accigliato, a contemplarlo nella palma della mano. Tutto, attorno, mi s'era rifatto nero. Ecco ancora un resto della catena che mi legava al passato! Piccolo anello, lieve per sé, eppur così pesante! Ma la catena era già spezzata, e dunque via anche quell'ultimo anello! Feci per buttarlo dal finestrino, ma mi trattenni. Favorito così eccezionalmente dal caso, io non potevo più fidarmi di esso; tutto ormai dovevo creder possibile, finanche questo: che un anellino buttato nell'aperta campagna, trovato per combinazione da un contadino, passando di mano in mano, con quei due nomi incisi internamente e la data, facesse scoprir la verità, che l'annegato della Stìa cioè non era il bibliotecario Mattia Pascal. « No, no, » pensai, « in luogo più sicuro... Ma dove? » Il treno, in quella, si fermò a un'altra stazione. Guardai, e subito mi sorse un pensiero, per Ia cui attuazione. provai dapprima un certo ritegno. Lo dico, perché mi serva di scusa presso coloro che amano il bel gesto, gente poco riflessiva, alla quale piace di non ricordarsi che l'umanità è pure oppressa da certi bisogni, a cui purtroppo deve obbedire anche chi sia compreso da un profondo cordoglio. Cesare, Napoleone e, per quanto possa parere indegno, anche la donna più bella... Basta. Da una parte c'era scritto Uomini e dall'altra Donne; e lì intombai il mio anellino di fede. Quindi, non tanto per distrarmi, quanto per cercar di dare una certa consistenza a quella mia nuova vita campata nel vuoto, mi misi a pensare ad Adriano Meis, a immaginargli un passato, a domandarmi chi fu mio padre, dov'ero nato, ecc. - posatamente sforzandomi di vedere e di fissar bene tutto, nelle più minute particolarità. Ero figlio unico: su questo mi pareva che non ci fosse da discutere. « Più unico di così... Eppure no! Chi sa quanti sono come me, nella mia stessa condizione, fratelli miei. Si lascia il cappello e la giacca, con una lettera in tasca, sul parapetto d'un ponte, su un fiume; e poi, invece di buttarsi giù, si va via tranquillamente, in America o altrove. Si pesca dopo alcuni giorni un cadavere irriconoscibile: sarà quello de la lettera lasciata sul parapetto del ponte. E non se ne parla più! E vero che io non ci ho messo la mia volontà: né lettera, né giacca, né cappello... Ma son pure come loro, con questo di più: che posso godermi senza alcun rimorso la mia libertà. Han voluto regalarmela, e dunque... » Dunque diciamo figlio unico. Nato... - sarebbe prudente non precisare alcun luogo di nascita. Come si fa? Non si può nascer mica su le nuvole, levatrice la luna, quantunque in biblioteca abbia letto che gli antichi, fra tanti altri mestieri, le facessero esercitare anche questo, e le donne incinte la chiamassero in soccorso col nome di Lucina. Su le nuvole, no; ma su un piroscafo, sì, per esempio, si può nascere. Ecco, benone! nato in viaggio. I miei genitori viaggiavano... per farmi nascere su un piroscafo. Via, via, sul serio! Una ragione plausibile per mettere in viaggio una donna incinta, prossima a partorire... O che fossero andati in America i miei genitori? Perché no? Ci vanno tanti... Anche Mattia Pascal, poveretto, voleva andarci. E allora queste ottantadue mila lire diciamo che le guadagnò mio padre, là in America? Ma che! Con ottantadue mila lire in tasca, avrebbe aspettato prima, che la moglie mettesse al mondo il figliuolo, comodamente, in terraferma. E poi, baje! Ottantadue mila lire un emigrato non le guadagna più cosi facilmente in America. Mio padre... - a proposito, come si chiamava? Paolo. Sì: Paolo Meis. Mio padre, Paolo Meis, s'era illuso, come tanti altri. Aveva stentato tre, quattr'anni; poi, avvilito, aveva scritto da Buenos-Aires una lettera al nonno... Ah, un nonno, un nonno io volevo proprio averlo conosciuto, un caro vecchietto, per esempio, come quello ch'era sceso testé dal treno, studioso d'iconografia cristiana. Misteriosi capricci della fantasia! Per quale inesplicabile bisogno e donde mi veniva d'immaginare in quel momento mio padre, quel Paolo Meis, come uno scavezzacollo? Ecco, sì, egli aveva dato tanti dispiaceri al nonno: aveva sposato contro la volontà di lui e se n'era scappato in America. Doveva forse sostenere anche lui che Cristo era bruttissimo. E brutto davvero e sdegnato l'aveva veduto là, in America, se con la moglie lì lì per partorire, appena ricevuto il soccorso dal nonno, se n'era venuto via. Ma perché proprio in viaggio dovevo esser nato io? Non sarebbe stato meglio nascere addirittura in America, nell'Argentina, pochi mesi prima del ritorno in patria de' miei genitori? Ma si! Anzi il nonno s'era intenerito per il nipotino innocente; per me, unicamente per me aveva perdonato il figliuolo. Così io, piccino piccino, avevo traversato l'Oceano, e forse in terza classe, e durante il viaggio avevo preso una bronchite e per miracolo non ero morto. Benone! Me lo diceva sempre il nonno. Io però non dovevo rimpiangere come comunemente si suol fare, di non esser morto, allora di pochi mesi. No: perché, in fondo, che dolori avevo sofferto io, in vita mia? Uno solo, per dire la verità: quello de la morte del povero nonno, col quale ero cresciuto. Mio padre, Paolo Meis, scapato e insofferente di giogo, era fuggito via di nuovo in America, dopo alcuni mesi, lasciando la moglie e me col nonno; e là era morto di febbre gialla. A tre anni, io ero rimasto orfano anche di madre, e senza memoria perciò de' miei genitori; solo con queste scarse notizie di loro. Ma c'era di più! Non sapevo neppure con precisione il mio luogo di nascita. Nell'Argentina, va bene! Ma dove? Il nonno lo ignorava, perché mio padre non gliel'aveva mai detto o perché se n'era dimenticato, e io non potevo certamente ricordarmelo. Riassumendo: a) figlio unico di Paolo Meis; - b) nato in America nell'Argentina, senz'altra designazione; - c) venuto in Italia di pochi mesi (bronchite); - d) senza memoria né quasi notizia dei genitori; - e) cresciuto col nonno. Dove? Un po' da per tutto. Prima a Nizza. Memorie confuse: Piazza Massena, la Promenade, Avenue de la Gare... Poi, a Torino. Ecco, ci andavo adesso, e mi proponevo tante cose: mi proponevo di scegliere una via e una casa, dove il nonno mi aveva lasciato fino all'età di dieci anni affidato alle cure di una famiglia che avrei immaginato lì sul posto, perché avesse tutti i caratteri del luogo; mi proponevo di vivere, o meglio d'inseguire con la fantasia, lì, su la realtà, la vita d'Adriano Meis piccino. Questo inseguimento, questa costruzione fantastica d'una vita non realmente vissuta, ma colta man mano negli altri e nei luoghi e fatta e sentita mia, mi procurò una gioja strana e nuova, non priva d'una certa mestizia, nei primi tempi del mio vagabondaggio. Me ne feci un'occupazione. Vivevo non nel presente soltanto, ma anche per il mio passato cioè per gli anni che Adriano Meis non aveva vissuti. Nulla o ben poco ritenni di quel che avevo prima fantasticato. Nulla s'inventa, è vero, che non abbia una qualche radice, più o men profonda, nella realtà; e anche le cose più strane possono esser vere, anzi nessuna fantasia arriva a concepire certe follie, certe inverosimili avventure che si scatenano e scoppiano dal seno tumultuoso della vita; ma pure, come e quanto appare diversa dalle invenzioni che noi possiamo trarne la realtà viva e spirante! Di quante cose sostanziali, minutissime, inimmaginabili ha bisogno la nostra invenzione per ridiventare quella stessa realtà da cui fu tratta, di quante fila che la riallaccino nel complicatissimo intrico della vita, fila che noi abbiamo recise per farla diventare una cosa a sé! Or che cos'ero io, se non un uomo inventato? Una invenzione ambulante che voleva e, del resto, doveva forzatamente stare per sé, pur calata nella realtà. Assistendo alla vita degli altri e osservandola minuziosamente, ne vedevo gl'infiniti legami e, al tempo stesso, vedevo le tante mie fila spezzate. Potevo io rannodarle, ora, queste fila con la realtà? Chi sa dove mi avrebbero trascinato; sarebbero forse diventate subito redini di cavalli scappati, che avrebbero condotto a precipizio la povera biga della mia necessaria invenzione. No. Io dovevo rannodar queste fila soltanto con la fantasia. E seguivo per le vie e nei giardini i ragazzetti dai cinque ai dieci anni, e studiavo le loro mosse, i loro giuochi, e raccoglievo le loro espressioni, per comporne a poco a poco l'infanzia di Adriano Meis. Vi riuscii così bene, che essa alla fine assunse nella mia mente una consistenza quasi reale. Non volli immaginarmi una nuova mamma. Mi sarebbe parso di profanar la memoria viva e dolorosa della mia mamma vera. Ma un nonno, sì, il nonno del mio primo fantasticare, volli crearmelo. Oh, di quanti nonnini veri, di quanti vecchietti inseguiti e studiati un po' a Torino, un po' a Milano, un po' a Venezia, un po' a Firenze, si compose quel nonnino mio! Toglievo a uno qua la tabacchiera d'osso e il pezzolone a dadi rossi e neri, a un altro là il bastoncino, a un terzo gli occhiali e la barba a collana, a un quarto il modo di camminare e di soffiarsi il naso, a un quinto il modo di parlare e di ridere; e ne venne fuori un vecchietto fino un po' bizzoso, amante delle arti, un nonnino spregiudicato, che non mi volle far seguire un corso regolare di studii, preferendo d'istruirmi lui, con la viva conversazione e conducendomi con sé, di città in città, per musei e gallerie. Visitando Milano, Padova, Venezia, Ravenna, Firenze, Perugia, lo ebbi sempre con me, come un'ombra, quel mio nonnino fantasticato, che più d'una volta mi parlò anche per bocca d'un vecchio cicerone. Ma io volevo vivere anche per me, nel presente. M'assaliva di tratto in tratto l'idea di quella mia libertà sconfinata, unica, e provavo una felicità improvvisa, così forte, che quasi mi ci smarrivo in un beato stupore; me la sentivo entrar nel petto con un respiro lunghissimo e largo, che mi sollevava tutto lo spirito. Solo! solo! solo! padrone di me! senza dover dar conto di nulla a nessuno! Ecco, potevo andare dove mi piaceva: a Venezia? a Venezia! a Firenze? a Firenze!; e quella mia felicità mi seguiva dovunque. Ah, ricordo un tramonto, a Torino, nei primi mesi di quella mia nuova vita, sul Lungo Po, presso al ponte che ritiene per una pescaja l'impeto delle acque che vi fremono irose: l'aria era d'una trasparenza meravigliosa; tutte le cose in ombra parevano smaltate in quella limpidezza; e io, guardando, mi sentii così ebro della mia libertà, che temetti quasi d'impazzire, di non potervi resistere a lungo. Avevo già effettuato da capo a piedi la mia trasformazione esteriore: tutto sbarbato, con un pajo di occhiali azzurri chiari e coi capelli lunghi, scomposti artisticamente: parevo proprio un altro! Mi fermavo qualche volta a conversar con me stesso innanzi a uno specchio e mi mettevo a ridere. « Adriano Meis! Uomo felice! Peccato che debba esser conciato così... Ma, via' che te n'importa? Va benone! Se non fosse per quest'occhio di lui di quell'imbecille, non saresti poi, alla fin fine, tanto brutto, nella stranezza un po' spavalda della tua figura. Fai un po' ridere le donne, ecco. Ma la colpa, in fondo, non è tua. Se quell'altro non avesse portato i capelli così corti, tu non saresti ora obbligato a portarli così lunghi: e non certo per tuo gusto, lo so, vai ora sbarbato come un prete. Pazienza! Quando le donne ridono... ridi anche tu: è il meglio che possa fare. » Vivevo, per altro, con me e di me, quasi esclusivamente. Scambiavo appena qualche parola con gli albergatori, coi camerieri, coi vicini di tavola, ma non mai per voglia d'attaccar discorso. Dal ritegno anzi che ne provavo, mi accorsi ch'io non avevo affatto il gusto della menzogna. Del resto, anche gli altri mostravan poca voglia di parlare con me: forse a causa del mio aspetto, mi prendevano per uno straniero. Ricordo che, visitando Venezia, non ci fu verso di levar dal capo a un vecchio gondoliere ch'io fossi tedesco, austriaco. Ero nato, sì, nell'Argentina ma da genitori italiani. La mia vera, diciamo così « estraneità » era ben altra e la conoscevo io solo: non ero più niente io; nessuno stato civile mi registrava, tranne quello di Miragno, ma come morto, con l'altro nome. Non me n'affliggevo; tuttavia per austriaco, no, per austriaco non mi piaceva di passare. Non avevo avuto mai occasione di fissar la mente su la parola « patria ». Avevo da pensare a ben altro, un tempo! Ora, nell'ozio cominciavo a prender l'abitudine di riflettere su tante cose che non avrei mai creduto potessero anche per poco interessarmi. Veramente, ci cascavo senza volerlo, e spesso mi avveniva di scrollar le spalle, seccato. Ma di qualche cosa bisognava pure che mi occupassi, quando mi sentivo stanco di girare, di vedere. Per sottrarmi alle riflessioni fastidiose e inutili, mi mettevo talvolta a riempire interi fogli di carta della mia nuova firma, provandomi a scrivere con altra grafia, tenendo la penna diversamente di come la tenevo prima. A un certo punto però stracciavo la carta e buttavo via la penna. Io potevo benissimo essere anche analfabeta! A chi dovevo scrivere? Non ricevevo né potevo più ricever lettere da nessuno. Questo pensiero, come tanti altri del resto, mi faceva dare un tuffo nel passato. Rivedevo allora la casa, Ia biblioteca, le vie di Miragno, la spiaggia; e mi domandavo: « Sarà ancora vestita di nero Romilda? Forse sì per gli occhi del mondo. Che farà? ». E me la immaginavo, come tante volte e tante l'avevo veduta là per casa; e m'immaginavo anche la vedova Pescatore, che imprecava certo alla mia memoria. « Nessuna delle due, » pensavo, « si sarà recata neppure una volta a visitar nel cimitero quel pover'uomo, che pure è morto così barbaramente. Chi sa dove mi hanno seppellito! Forse la zia Scolastica non avrà voluto fare per me la spesa che fece per la mamma; Roberto, tanto meno; avrà detto: - Chi gliel'ha fatto fare? Poteva vivere infine con due lire al giorno, bibliotecario -. Giacerò come un cane, nel campo dei poveri... Via, via, non ci pensiamo! Me ne dispiace per quel pover'uomo, il quale forse avrà avuto parenti più umani de' miei che lo avrebbero trattato meglio. - Ma, del resto, anche a lui, ormai, che glien'importa? S'è levato il pensiero! » Seguitai ancora per qualche tempo a viaggiare. Volli spingermi oltre l'Italia; visitai le belle contrade del Reno, fino a Colonia, seguendo il fiume a bordo d'un piroscafo; mi trattenni nelle città principali: a Mannheim, a Worms, a Magonza, a Bingen, a Coblenza... Avrei voluto andar più sù di Colonia, più sù della Germania, almeno in Norvegia; ma poi pensai che io dovevo imporre un certo freno alla mia libertà. Il denaro che avevo meco doveva servirmi per tutta la vita, e non era molto. Avrei potuto vivere ancora una trentina d'anni; e così fuori d'ogni legge, senza alcun documento tra le mani che comprovasse, non dico altro, la mia esistenza reale, ero nell'impossibilità di procacciarmi un qualche impiego; se non volevo dunque ridurmi a mal partito, bisognava che mi restringessi a vivere con poco. Fatti i conti, non avrei dovuto spendere più di duecento lire al mese: pochine; ma già per ben due anni avevo anche vissuto con meno, e non io solo. Mi sarei dunque adattato. In fondo, ero già un po' stanco di quell'andar girovagando sempre solo e muto. Istintivamente cominciavo a sentir il bisogno di un po' di compagnia. Me ne accorsi in una triste giornata di novembre, a Milano, tornato da poco dal mio giretto in Germania. Faceva freddo, ed era imminente la pioggia, con la sera. Sotto un fanale scorsi un vecchio cerinajo, a cui la cassetta, che teneva dinanzi con una cinta a tracolla, impediva di ravvolgersi bene in un logoro mantelletto che aveva su le spalle. Gli pendeva dalle pugna strette sul mento un cordoncino, fino ai piedi. Mi chinai a guardare e gli scoprii tra le scarpacce rotte un cucciolotto minuscolo, di pochi giorni, che tremava tutto di freddo e gemeva continuamente, lì rincantucciato. Povera bestiolina! Domandai al vecchio se la vendesse. Mi rispose di sì e che me l'avrebbe venduta anche per poco, benché valesse molto: ah, si sarebbe fatto un bel cane, un gran cane, quella bestiola: - Venticinque lire... Seguitò a tremare il povero cucciolo, senza inorgoglirsi punto di quella stima: sapeva di certo che il padrone con quel prezzo non aveva affatto stimato i suoi futuri meriti, ma la imbecillità che aveva creduto di leggermi in faccia. Io intanto, avevo avuto il tempo di riflettere che, comprando quel cane, mi sarei fatto sì, un amico fedele e discreto, il quale per amarmi e tenermi in pregio non mi avrebbe mai domandato chi fossi veramente e donde venissi e se le mie carte fossero in regola; ma avrei dovuto anche mettermi a pagare una tassa: io che non ne pagavo più! Mi parve come una prima compromissione della mia libertà, un lieve intacco ch'io stessi per farle. - Venticinque lire? Ti saluto! - dissi al vecchio cerinajo. Mi calcai il cappellaccio su gli occhi e, sotto la pioggerella fina fina che già il cielo cominciava a mandare, m'allontanai, considerando però, per la prima volta, che era bella, sì, senza dubbio, quella mia libertà così sconfinata, ma anche un tantino tiranna, ecco, se non mi consentiva neppure di comperarmi un cagnolino.

VIII. Adriano Meis

Straightway, not so much to deceive other people—they had deceived themselves, you understand, and with a haste and readiness which may not have been without some justification in my case, but which still was a trifle too precipitous—as to take my cue from Fortune and to satisfy a real need of my own, I set out to make myself over into another man. I had scant reason to be proud of the miserable failure whom the people back home had insisted on drowning—whether he liked it or not—in the waters of a mill−flume. In view of the life he had led up to that time, the late Mattia Pascal deserved, surely, no better fate. So now I was anxious to obliterate, not only in exteriors, but substantially, intimately also, every trace of him that was left in me. Here I was alone, more wholly alone than I could ever hope to be again on this earth; free from every present bond and obligation, a new man, my own master absolutely, with no past to drag along behind me, with a future that could be anything I might choose to make it. Oh for a pair of wings! How airy, how light I felt! The attitude toward the world that past experiences impressed upon me had no longer any basis in rea−lo3 son. I could acquire a new sense of life, without regard to the unhappy trials of the late Mattia Pascal. It was for me to decide: I had the opportunity, with every prospect of success, to work out a new destiny in just such ample measure as Fortune seemed to be allowing me. “One thing I'll be mighty careful of,” I said to myself: “I'll make certain to preserve this freedom of mine above all else. I will seek out paths that are ever level and ever new, and never let my liberty become sodden with troubles. The moment life begins to look unpleasant anywhere, I'll look the other way, and move on. I'll concentrate on the things people ordinarily call inanimate, living in quiet attractive places, where there are beautiful views, perhaps. Little by little I'll get a new training, a new education, working hard and patiently to make my very self new, also. In the end I shall be able to boast not only of having lived two entirely different lives but of having been two entirely different people....” I began, for that matter, right where I was. A few hours before I left Alenga I went into a barber shop and had my beard trimmed close. I had first thought of getting a clean shave; but then I decided that such a radical step might arouse suspicion in such a little town. The barber was a tailor also, by trade, and the effects of this second calling were evident in his aged form, almost bent double by his long sittings in one cramped position, leaning over his work with his glasses perched on the end of his nose. I concluded, in fact, that lie was more tailor, probably, than barber. Armed with a pair of cutter's shears, with blades so long that he had to hold them up at the end with his other hand, he fell, like the wrath of God, upon the whiskers of the late Mattia Pascal. I dared hardly draw a breath. I closed my eyes and kept them closed till, at last, I felt a tugging at my sleeve. The old man, streaming with perspiration, was holding a mirror up in front of me so that I might say whether he had performed the operation well. This was asking too much, it seemed to me; and I parried: “No, thank you! Never mind! I'm afraid the shock would break it!” “Break what?” “The mirror! A pretty thing it is, too! Antique, I imagine!” It was a small round glass with a heavy handle of carved ivory—who knows from what boudoir of the aristocracy? And through what devious history, had it ever gotten into that out−of−the−way shop of a rural barber−tailor? However, in order not to hurt the old artisan's feelings—he stood there unable to grasp what I was talking about—I put the thing in front of my face. The destruction already wrought on my cheeks, jaws and chin gave me warning in advance as to the kind of monster that would eventually come forth from the thicket behind which the late Mattia Pascal had skulked through his unhappy life. I had another good reason, besides, for detesting the fellow cordially. A tiny projection of a chin, pointed and receding! And he had kept the matter quiet for so long! Henceforth—and it seemed downright treason to me—I should have to carry that chin around in the full light of day! And my dot of a nose, above! And that everlasting coek−eye! “This eye,” I reflected, “straying away off here to one side, will always be something belonging to Mm, in the new face I am going to have. The best I can ever do will be to wear a pair of colored spectacles, which ought to help—help a great deal, indeed, to make me look reasonably attractive. I'll let my hair grow long; and what with this truly imposing brow I have already and the smooth chin and the glasses I am going to have, I'll look more or less like a German philosopher; especially when I fill out the picture with a long straight coat and a soft broad−brimmed hat!” There was no way out of it: starting with the raw materials actually available, a philosopher I had to be! “But, anyhow, we'll do the best we can!” I would work out some philosophy or other—a cheerful one, you may be sure—to serve me in my passage through the humanity about me—a humanity, which, try as I would, I could regard only as a very ridiculous, a very small and petty affair! A name was at last provided—handed to me, one might say—on the train, a few hours north of Alenga on the line toward Turin. There were two gentlemen in my compartment, engaged in an animated discussion on early Christian ikonography, a branch of learning in which, to an ignoramus like me, they both seemed very well versed indeed. The younger of the two men—a slight pale−faced fellow with a curly black beard—seemed to take a malicious satisfaction in supporting (on the authority of Justin the Martyr, Tertullian, and I forget who else) an ancient tradition, to the effect that Christ had a very ugly face. He delivered this opinion in a heavy cavernous voice that contrasted strangely with his pale ascetic slenderness. “Yes, sir, just that, just that: ugly, no more, no less! And Kirillos of Alexandria, you know, goes farther still—yes sir! Kirillos of Alexandria says, word for word, that Christ was the ugliest of all living men!” His companion, a placid tranquil old scholar, not over−attentive to his person, but with a smile of subtle irony drawing down the corners of his mouth (his head toppling forward on a long neck as he sat there erect) was inclined to think that little reliance could be placed on such primitive traditions: “In those early days,” said he, “the Church was all taken up with the teachings and the spiritual aspects of its Founder. Little, or even, as one may say, no attention at all, was paid to his corporeal features.” At a certain point the conversation turned to Saint Veronica and two statues in the ancient city of Panea which by some were held to be images of the Christ with the lady of the miracle before him. “Nothing of the kind,” the younger man declared. “I didn't know there was any doubt about it either: those two statues represent the Emperor Adriano (Hadrian) with the city kneeling in submission at his feet.” The old scholar placidly stuck to his opinion, which must have been a contrary one; for his colleague, turning now toward me, insisted obstinately: “Adriano!” “Beronike in Greek—and from Beronike we get Veronica....” “Adriano!” (still to me). “So you see: Veronica, vera icon—a very natural distortion. ...” “Adriano!” (again to me). “... for the Beronike mentioned in the 'Acts of Pilate'...” “Adriano!” And he said “Adriano” over and over again, looking at me as though he expected my support in the matter. The train came into a station and they got out, still arguing heatedly. I went to the window and leaned forward, to watch them. They had taken a few steps when the old man lost his temper and stalked off by himself in another direction. “Who's your authority? Who's your authority?” the younger fellow called after him defiantly. The old man turned and shouted back: “Camillo de Meis!” I got the impression that he too meant his answer for me. I had been mechanically repeating the “Adriano” which the other man had so drilled into my ears. I simply threw the de away and kept the “Meis.” “Adriano Meis! Yes, that will do. Sounds quite distinguished and unusual: Adriano Meis!” And I thought besides that the name went well with the smooth face, the colored glasses, the straight coat, and broad−brimmed hat I was eventually to wear. “Adriano Meis! Fine! Those squabbling Christians have baptized me!” Deliberately suppressing in myself all thoughts of my life just past, and concentrating on the purpose of beginning a new existence from that moment, my whole being seemed to expand with a fresh childlike glee. It was as though I had been born again, guileless, limpid, pure, transparent, my senses and my consciousness awake and watchful to take advantage of everything that might contribute to the upbuilding of my new personality. My soul meanwhile soared aloft in the joy of this new freedom. Never had people and things looked to me as they did now. The air between us seemed suddenly to have lost its cloudiness. How approachable human beings now appeared! How easy and unstrained the relations I would henceforth establish with them—all the more since I would have very little to ask of men to satisfy the requirements of the placid felicity that would be mine! What a delicious sense of spiritual lightness! What a gentle, what a serenely ineffable intoxication! Fortune, quite beyond all my hopes and expectations, had swept off the complicated coils that had been strangling me; and drawing me aside from ordinary life, made me an impartial spectator of the struggle for existence in which others were still entangled: “Just wait,” a voice whispered in my ear, “and you'll see how amusing it all is when you view it from a point of vantage on the outside. That fellow, for instance! Here he was souring his own stomach, goading a poor old man to rage, for the mere sake of proving that our good Lord was the ugliest of all living men!” I smiled fatuously. And I began to smile that way, at everything: at the lines of trees that wheeled past me as my express rushed along; at the farmhouses scattered over the countryside, where I could imagine peasants puffing and blowing at the chill fog that might come some night to sear the olive trees; or shaking their fists at the sky which refused and refused to send them rain; at the birds escaping in terror to right and left as the locomotive came thundering up; at the telegraph poles flitting by the car−windows—hot with “news,” doubtless (like that of my suicide in the mill−flume at Miragno!); at the poor wives of the flagmen, who stood at the crossings waving their red warning signals—the regulation caps of their husbands on their heads. Until at last my eye chanced to fall upon the plain gold ring which encircled the third finger of my left hand. I came to myself with a violent start. I winced. I closed my eyes. Then I clapped my right hand down over my left and tried to work the ring loose, stealthily, without attracting my own attention, as it were! The ring came off. I could not help remembering that around the inside of it two names were engraved: “Mattia—Romilda,” with a date. What should I do with it?... I opened my eyes; and for a time I sat there frowning at the ring as it lay in the palm of my hand. Everything around me had lost its charm. Here still was one last link in the chain that held me to my past! What a tiny bit of metal, in itself! So light, and yet so heavy! But the chain was broken, broken, thank God! Why so mawkish then over this, the last of its fragments? I started to throw the ring out of the window, but then I thought: “So far Fortune has been with me—exceptionally, miraculously, with me. I must not abuse her good nature, now.” I had come to a point where I believed everything possible—even this: that a small ring tossed off a train on a rarely frequented railroad track might be found by some one, a laborer, say; and passing from hand to hand, come to reveal in the end—by virtue of the two names inscribed upon it—the truth: the truth, that is, that the victim of the mill−flume tragedy at Miragno was not the librarian of Santa Maria Liberale—was not the late Mattia Pascal. “No, no,” I murmured to myself, “No, I must wait for a surer place—but where?” The train stopped at another station. A workman was standing on the platform with a box of tools. I bought a file from him. When the train started again, I cut the ring into small bits and scattered them out of the window. Less to control the direction of my thoughts, than to give a certain substantiality to my new life hitherto floating impalpable in void, I began to think of Adriano Meis, to create a past for him, giving him a father and a birth−place, setting about this problem, also, in a leisurely, methodical manner, trying to establish each detail vividly and definitely in my own mind. I would be an only son: that point seemed certain beyond dispute. “I doubt if there was ever a more only son than I ... and yet, when you think of it... how many; people like me must there be in the world—my brothers, therefore, in a way! Your hat, your coat, a letter, on the railing of a bridge... deep water underneath... but instead of jumping in, you take a steamer... to America, or elsewhere. A week later, they find a corpse ... too far gone to identify. It's the man off the bridge, of course—and no one thinks of the matter twice. To be sure, I didn't arrange this business myself—no letter, no coat, no hat, no bridge.... But otherwise my situation is the same—in fact, there's one thing to my advantage in it—I can enjoy my freedom without any remorse whatever. They forced it on me, they did.... “So then, an only son... born... wonder if I had better say where? Well, how can you avoid it? A fellow doesn't come down from the clouds—the moon, for instance, as midwife! Though I remember reading in a book in the Library that the ancients used the moon in some such way—prospective mothers praying to her under the name of Lucina.... “However, I was not born in heaven! How keep off the earth? “Stupid! Of course! At sea! You were born at sea! On a steamer! My parents were traveling at the time.... Traveling, with a baby about to come? Hardly plausible! How get them to sea? They were emigrants... had to come home from America! Why not? Everybody goes to America. Even the late Mattia Pascal, poor devil, started for there in his time. So my father earned these eighty thousand lire in America? Nonsense! If he had had that much money, his wife would have been comfortably fixed in a hospital. They would have waited for me to come, before starting on their journey. Besides, you don't get rich so easily in America any more.... My father... by the way, what was his name?... Paolo! yes, Paolo Meis! My father, Paolo Meis, had a hard time over there... as so many do. Three or four years of bad luck... then, discouraged—humble pie!—A letter to his old man... my grandfather, that is...” I insisted on having a grandfather.... “He lived long enough for me to know him well—a nice old man ... like that professor who got off the train some stations back—professor of Christian ikonography, I think he was....” Strange how the mind works! Why was it I came so naturally to think of my father, Paolo Meis, as a no−account.., who... of course, how else?... had been the torment of my grandfather, marrying against the letter's will and eloping to America? “I suppose he too believed that Jesus was the ugliest of living men! And he must have got his full deserts off there in South America, if, with his wife in a precarious condition, he bought the tickets, the moment my grandfather's money came, and sailed for home again.... “Need I have been born at sea, necessarily, though? Why not in South America, simply—in Argentina... a few months before my father returned? Yes, much better that way, in fact. Because grandpa was tickled when he heard about me—forgave his scapegrace son just on my account! So I crossed the Atlantic; while still a tiny baby! Third class, probably! And I caught the croup on the way over, and almost died. That at least is what grandpa always told me.... “Now some people would say I might be sorry I didn't die on that occasion, when I was too small to notice much.... I am not of that opinion! What troubles, what trials, after all, have I been through in my life−time? Only one, to tell the truth: that was when my grandfather died—I had grown up with him, you see. For my father, Paolo Meis, scalawag that he was—never able to stick to any one thing—went back to South America again—after a few months—leaving his wife with my grandfather. Paolo Meis died over there—yellow fever. By the time I was three, I lost my mother too—so I never really knew them—only the few things I learned later on.... And that isn't the worst of it. I never found out exactly where I was born. Argentina... yes... but that's a big place... what town in Argentina? Grandpa didn't know... couldn't remember that father ever told him and he never thought to ask... I, of course, was too young to remember such things...” In short: (a) an only son—of Paolo Meis, (b) born in South America, in the Argentine Republic, locality unknown; (c) brought to Italy when a few months old (croup); (d) no memory, and little information, about my parents; (e) reared and educated by my grandfather. Where? Here, there, everywhere! First at Nice: rather vague recollections of Nice; Piazza Massena; the Promenade des Anglais; the Avenue de la Gare;... After that, Turin. I was on my way to Turin, at present; and there, I would attend to many things: I would pick out a street and a house, where my grandfather boarded me till I was ten years old, in a family which I would settle just there, being sure it fitted the background well. There I would live, or rather relive, all the boyhood of Adriano Meis. * * * This pursuit, this game, of creating out of sheer fancy a life which I had never really lived, which I pieced together from details observed in people and in places here and there, and which I made my own and felt to be my own, amused me mightily in the first days of my wanderings—though the pleasure had ever an undercurrent of sadness. I made it my daily work, however. I lived not only in the present but in a past, the past which Adriano Meis had not as yet lived. I kept, I may say, very little of what I thought of originally. Nothing, I believe, is ever imagined, unless it have roots of greater or lesser depth in actual experience. On the other hand, the strangest things may be true when this latter is the case. The human mind could never dream of certain impossible situations that rush out to meet you from the tumultuous inwards of life as it is lived; though always, the living, breathing, palpitating reality is different—and how different!—from the inventions we erect upon it. How many things we need—and how unutterably minute they are, how entirely inconceivable!—to reconstitute that reality from which we derive our fictions! How many lines we must bring together again in the complicated skein of life—lines which we have cut to make our situation something individual, something standing by itself! Now, what was I but a creature of the imagination? I was a walking fiction which was determined and, for that matter, obliged, to stand by itself though dependent on, immersed in, reality. Daily witnessing, daily observing in detail, the life that the world about me was living, I was conscious at once of its infinitude of inner concatenations and of the many bonds which I had severed between me and it. Could I reunite all those broken connections with reality? Who knows where they would finally drag me? They might prove to be the reins of wild horses pulling the frail chariot of my necessary fictioning to destruction in the end. No! I should be careful to do nothing more than reintegrate the imaginary experience. On the playgrounds, in the public gardens, about the streets, I would follow and study children from five to ten years old, noting their ways, their language, their games, in order gradually to construct an infancy for Adriano Meis. And I succeeded so well that eventually his childhood had a relatively substantial existence in my mind. I decided not to create a new mother for myself. That I should have regarded as profaning a beautiful and sacred memory. But a grandfather—that was different! With real gusto I set about fashioning one—the one I had thought of in my first outline. How may real grand−daddies—little old men whom I picked out and followed about, now at Turin, now at Venice, now at Milan—went into the delightful ancestor of my own dreams. One would give me his ivory snuffbox; and his checker−board handkerchief with red and black squares; another would furnish his cane; a third his glasses and his long two−pointed beard; a fourth his amusing walk and the thunderous way he sneezed or blew his nose; a fifth his curious high−pitched voice and laugh. The grandparent I eventually produced, was a shrewd and canny old fellow, something of a grumpus, a wise connoisseur of the arts, a man contemptuous of modern things and therefore unwilling to send me to school, preferring to educate me by conversations with himself on long walks about the city to the museums and picture galleries. On my visits to Milan, Padua, and Venice, to Ravenna, Florence, and Perugia, I had this dear old man always at my side—talking to me more than once, however, through the mouths of professional guides! At the same time, I was keen to live my own life in the present. Every now and then, the realization of my limitless, my unheard−of freedom would sweep over me, filling me with such exquisite delight that I would be caught up into a sort of beatified ecstasy. I would take in one deep breath after another to feel my whole spirit expand with my lungs. Alone! Alone! Master of myself! Not an obligation to anyone, nor a responsibility for anyone! Where shall we go today? To Venice? To Venice we go! To Florence? Very well, to Florence, then! And inseparable from me was my exultant felicity! I remember particularly, one evening at Turin, in the first weeks of my new life. The sun was setting. I was standing on the boulevard along the Po, near a mole thrown out into the foaming stream to shelter a fish pound. The air was marvellously clear, so clear that everything seemed gilded, enameled in the limpid brightness of the twilight. The sense of my freedom now came over me with such intenseness that I really thought I was losing my mind. I tore myself away, to put an end to my mad enjoyment. I had long since attended to the remodeling of my exterior semblance. My beard was gone. I had selected a light blue tint for my spectacles. Letting my hair grow, I had succeeded in giving it a touch of artistic unruliness. With these modifications I was quite another person. Sometimes I would stop in front of a mirror and have a long conversation with myself, unable meantime to keep from laughing: “Adriano Meis, you are a lucky dog on the whole! Pity I had to give you a makeup just like this—but after all, what does it matter? It gets by! It gets by! If it weren't for that cock−eye, which belongs to him really, you would not be half bad looking. In fact, there is something actually impressive about your features: you have personality, as they say. It's true the women laugh at you a little; but that's not altogether your fault. If he hadn't cropped his hair quite so close, you wouldn't be obliged to wear it quite so long; and certainly it's from no choice of your own that you go around as sleekly jowled as a priest. Anyhow, cheer up! When the ladies laugh, just give a snicker or two yourself—and you'll survive it, you'll survive it!...” For the rest, I lived almost exclusively by myself and for myself. If I exchanged a word occasionally with an inn−keeper, a waiter, a chamber−maid, a neighbor at table, it was never for the sake of conversation. My disinclination toward more intimate contacts showed me, furthermore, that I had an innate distaste for lying and deceit. Not that other people were so anxious to become better acquainted! On the contrary, my general appearance tended to keep them away—making me look like a foreigner, probably. I remember that on one of my visits to Venice, I proved unable to convince an old gondolier that I was not a German—an Austriaco; whereas I was actually born, in Argentina if you wish, but still of Italian parentage. What really made me an “outsider” was something quite different and known to me alone: in reality, I was nobody. No public registry bore a record of me, except the documents in Miragno—and according to them I was dead and buried, under my other name. I did not mind all this so very much; and yet I could not reconcile myself to passing for an Austrian. Never before had I had occasion to center my mind on the notion of “country.” In the old days there had been plenty of other things to worry about! But now, in my leisure and solitude, I became accustomed to meditating on many things I should never before have regarded as of any possible interest to me. Indeed, I would often find myself following such trains of thought quite involuntarily, and be somewhat put out because they seemed to lead nowhere. Yet I had to do something to pass my time—once I had my fill of traveling and sight−seeing. To escape my own reflections, when these began to lie heavy on my mind, I would sometimes turn to writing, filling sheet after sheet of paper with my new signature, holding my pen in a new way with the idea of producing a new style of hand. But sooner or later I would tear my paper up and throw my pen aside. I might very well be illiterate, for all the writing I should have to do! To whom would I ever be called upon to write? Henceforth I could and would receive no letters from anybody. This particular thought, like many others, unfailingly plunged me into my past again. My home, the Library, the streets of Miragno, the sea−shore, would come into my mind. “Wonder if Romilda is still wearing black! I suppose so—just for appearances. What can she be doing now?” And I would think of her as I had seen her, in those days, about the house; and of the widow Pescatore, as well—cursing my memory every time she thought of me, I could be sure. “I'll bet neither one of them has paid a single visit to that poor man there in the cemetery—a terrible end he came to, at that! Where do you suppose they put my grave? Probably Aunt Scolastica refused to lay out as much money on my funeral as she did for mamma's; and of course, Berto wouldn't do anything. I can just hear him: 'Who obliged Mattia to go and do that? I didn't! He had two lire a day from his job at the library! How much did he need to get along?' No, they turned the dirt up and buried me like a dog! In one of the town lots, too, I 'll bet my hat! Well, what of it? What do I care? Just the same, I am sorry for that poor man. Ten to one he had a few people who were fond of him and would have treated him to a better send off! And yet, little he need worry now? He's over with his troubles!” I continued traveling about for some time, going beyond the confines of Italy, down the Rhine, for instance, as far as Cologne, following the river on an excursion steamer: Mannheim, Worms, Mainz, Bingen, Coblenz. I had thought of keeping on up into Scandinavia; but then I considered that I would have to put some limits to my expenditures. My money had to last me for the rest of my days; and you couldn't call it very much for such a purpose: I could bank on living thirty years more at least. Outside the law in the sense that I could produce no document to prove, let alone my identity, the fact that I was even alive, I could not possibly find any lucrative employment. To keep out of trouble, therefore, I should have to restrict my outlay to the bare comforts. Taking account of stock, I saw that I must not exceed two hundred lire a month. Not rank luxury, by any means! And yet, back home the three of us had gotten along on half of that! Yes, I could manage! But, away down underneath, I was getting tired of this going about from place to place, in silence and alone. I was beginning, despite myself, to feel the need for some companionship—as I discovered one gloomy evening in Milan shortly after returning from my trip to Germany. It was a cold day, cloudy, and threatening rain. I happened to notice an old man huddled up against a lamp−post. He was selling matches, and the box, hanging from his neck by a strap, prevented him from drawing his ragged overcoat warmly enough about him. He was blowing on the back of his hands and I observed that a string ran from one of his fists down between his legs. On looking closer, I saw it was the leash for a mere speck of a puppy, three or four days old at the most, lying there between the old beggar's worn−out shoes, shivering with cold, and whining piteously. “Want to sell that pup?” I asked. “Yes,” the man answered, “and for very little, though he's worth a lot of money! A fine dog, he's going to make some day, this little brute! You can have him for twenty−five!” The poor puppy continued whimpering, though that estimate of his worth might have set him up considerably—I suppose he understood, however, that in mentioning such a figure, his master was appraising not the future merits of the dog but the stupidity he thought he could read on my face. But I, meantime, was thinking hard. If I bought the puppy, I could be sure of having a faithful friend eventually, one who would tell no tales, and who would never ask, as the price of his confidence and affection, who I was, where I came from nor whether my papers were in order. On the other hand, I would have to take out a license for him and pay a tax—things obviously a dead man could not, or at least, should not, do. A first deliberate aggression, a first gratuitous restriction, however slight, upon my freedom! “Twenty−five? What do you take me for?” I snapped at the old man. I crammed my hat down over my eyes, turned up the collar of my coat, and hurried away. It was beginning to rain in a fine mist−like drizzle. “A great thing, this liberty of mine,” I muttered as I walked along; “but a bit of a tyrant, too, if it denies me the privilege even of buying a poor puppy out of its misery!”






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